Poltronismo decadente

Mi prende in estate sempre.

Una certa malinconia.

Mangio troppo o troppo poco.

Mi sento spenta, lo so è il caldo, lo so mi toglie voglia di fare, lo so.

Lo so ma ugualmente cado vittima di questo stato che ormai da anni chiamo poltronismo decadente.

Lo vedo anche attorno a me anche se non so se ne rendono conto.

Volti spenti, sfranti dalla calura. Vorresti fare questo o quello ma per tutto ormai è caldo, rimandiamo a settembre se non a ottobre e ti impoltronisci.

Ma non è un poltrire sereno e rilassato, quanto piuttosto malinconico e rilasciato.

Ti lasci cadere sulla poltrona, o addirittura a terra, che il pavimento è un po’ più fresco.

Si portano a termine i doveri se si riesce ma per il piacere l’energia è veramente poca.

Ora,

mi sorge atroce il dubbio…

e se invece…

prendo il bracciale che la misuro, magari, hai visto mai, è solo pressione bassa!

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Che tris..

La scorsa settimana sono andata in biblioteca, che amo molto leggere i libri dalla biblioteca e non solo per ragioni economiche, a prendere un tris di libri per arrivare pensavo a fine mese o giù di lì con letture rilassanti a piedi scalzi e invece…

Ho preso due libri di racconti, almeno quelli che credevo esser tali di come vorrei che fossero i racconti cioè di racconti che piacerebbero a me ma non ci ho indovinato.

Ho preso pure un altro libro di Catherine Dunne, ma mi ero dimenticata di averlo già letto, Se stasera siamo qui, storia piacevolmente scorrevole, ma non volevo rileggerlo. Mi era venuto un leggero déjàvu quando l’ho tirato fuori dallo scaffale ma tutti gli altri libri della Dunne erano in prestito e allora non mi sono data ascolto. Errore.

Riguardo i libri di racconti avevo preso “Storie ribelli” di Sepulveda. Mi aspettavo storie di personaggi diversi che si ritrovassero coinvolti in qualcosa di ribelle, sovversivo, fuori dall’ordinario. Ho sbagliato tutto, perché si tratta dei racconti delle molte vicende in cui è rimasto coinvolto l’autore e tante altre persone riguardanti la situazione politica del Cile.

Un susseguirsi di aneddoti storico-politici che non mi aspettavo e che non amo. Ahimé.

L’altro che ho preso è La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin, lo so dovrei approfondire oltre il titolo e non immaginarmi il libro che vorrei per poi restarci male. Anche in questo caso si tratta di una serie di aneddoti di vita della protagonista. Una scrittura gradevole, ma io volevo leggere racconti diversi.

Vorrei una raccolta di racconti surreali, anche grotteschi, in ogni caso ognuno a sé, anche se la cosa super mitica è pensare per tutto il libro che ogni capitolo è a sé per trovare un capitolo finale che ti fa capire che erano tutti collegati. Certo se lo so prima però non vale.

C’ho i gusti difficili sto periodo.

Domani torno in biblioteca.

Ogni impedimento…

Ogni impedimento è giovamento.

Un bel po’ di anni fa una mia collega di università mi ha insegnato questo proverbio. Devo dire che nel tempo ne ho potuto empiricamente rilevare la grande validità e l’enorme saggezza.

Lo sto pensando spesso ultimamente perché ci sono delle ipotetiche situazioni di vita che si potrebbero o meno concretizzare e non dipende del tutto da me per alcune poter fare qualcosa.

Anni fa mi sarei disperata prima e dopo l’eventuale verificarsi di qualcosa di desiderato e magari non concretizzatosi.

Poi però gli anni mi hanno regalato amore e conoscenza. Due variabili fondamentali.

Mi torna anche in mente un aneddotto che riguarda un evento specifico della vita ma che credo davvero di poter allargare anche ad altri ambiti importanti dell’esistenza ed è il seguente:

Mi trovavo con figlia piccola e cara amica senza prole ad un incontro con altre mamme di pargoletti piccini. Questa mia amica, dopo averci osservate e reduce da percorso esistenziale che le aveva fatto capire di non poter avere  bambini, mi confidò: “A volte avere un figlio è una benedizione, ma a volte è una benedizione anche non averlo”.

Ecco.

La rivelazione è tutta in quelle parole.

Può essere una benedizione l’arrivo di una persona nella vita, un’assuzione lavorativa, una casa, un’eredità importante, anche per assurdo l’allontanamento da qualcuno…

Ogni cosa può essere una benedizione e pur tuttavia anche il suo contrario.

La vita si compone di certi eventi, su quasi tutti abbiamo potere, su alcuni non del tutto. Sul cosa fare di quel che ci capita però abbiamo potere. Sul significato da conferire a quanto ci accade abbiamo potere assoluto.

Allora io decido che comunque vada sarà un successo.

Raccontami

Quando uno chiede un racconto si aspetta una storia che inizia ha un’evoluzione di trama e una conclusione, il tutto in un tempo relativamente rapido.

Ecco, dico io, ma cosa si può volere di più?

Come si fa a non amare i racconti?

Capisco che mi trovo in quella primitiva fase dell’innamoramento che non ti fa notare i difetti dell’oggetto dei tuoi desideri e te lo fa anzi vedere come la cosa più fantastica del mondo.

Ecco io mi sono innamorata dei racconti.

Per una mente iperattiva sono quanto di meglio si possa desiderare secondo me, ma ripeto sono in fase d’innamoramento e come tale mi ritengo del tutto poco oggettiva.

Di recente di ogni autore che mi piace cerco se esista una raccolta di racconti.

Ultimamente ho letto Cari mostri di Stefano Benni, di cui avevo già letto molto altro con piacere.

Mi è veramente piaciuto. Non tutto però. Questo è anche il bello dei racconti. Puoi amarne alla follia alcuni e domandarti come gli sia venuto in mente di scriverne di altri.

Cari mostri è una raccolta particolare di tutte storie paurosette.

Trovo proprio che il termine “paurosette” sia del tutto calzante, perché sono al tempo stesso dell’orrore ma anche umoristiche.

La prima buona metà dei racconti corre via che è una meraviglia.

A un certo punto mi sono incagliata nella storia che è risultata essere la più lunga per numero di pagine e che ha per protagonisti animali. Ci ho proprio faticato.
Mi sono domandata se fosse per via degli animali come protagonisti, eppure amo tanto le fiabe in cui spesso sono gli animali i protagonisti, quindi non so. Ma non andava giù, così come Pennac insegna mi sono presa il diritto di saltare righe o forse anche qualche mezza pagina.

I racconti successivi, diciamo gli ultimi dieci più o meno, sono alcuni belli come i primi, altri li ho apprezzati meno.

Diciamo che ha l’effetto ultima-stagione-di-serie-tv-molto-figa, ti fa disinnamorare al momento giusto e lentamente, affinché tu non ne pianga troppo la fine quando arriva.

 

 

Donna alla finestra

Come facciamo a snaturare i titoli dei libri così tanto?

Scolpito nella pietra diventa donna alla finestra.

Eh si capisco che ogni libro possa avere potenzialmente ben più di un titolo, ma se un autore o nel caso specifico un’autrice scelgono un certo titolo magari é per comunicare un tipo di senso anziché un altro.

Questa breve polemica introduttiva per dire che secondo me il titolo originale ci stava meglio o magari qualcosa di simile del tipo Sarà per sempre cosi oppure Tale padre tale figlio.

La lettura, come per altri libri di Catherine Dunne che avevo letto in passato, é stata piacevole e scorrevolissima.

Però Catherine te lo dico, alla fine ci sono rimasta male, but very, very, very na cifr male.

Dopo 300 pagine di storia che ti porta avanti e avanti con la sempre maggiore curiosità di capire non è che può finire così.

Vabbè, domani torno in biblioteca e prendo L’amore o quasi e La grande amica o Come cade la luce.

Te li leggo tutti perché non mi puoi lasciare così co sto finale. Mi piace troppo come traducono quello che scrivi (che per un libro straniero va sempre tenuto in conto secondo me) non ci possiamo lasciare così dopo sto finale qua!

A presto Catherine Dunne.

La riflessione di un istante

Qualche post fa parlavo di attese senza possibilità di scampo, come quelle dei poveri idonei a un concorso pubblico.

Qualche giorno fa una tipa ha definito “girone dantesco” quelli che se ne stanno nel fondo di una graduatoria di concorso.

Lì, senza possibilità di far alcunché al riguardo specifico.

Certo nel mentre vivono la loro vita, fanno altro, molto altro anche. Costruiscono vite. Anche al limite a diventar incompatibili col suddetto concorso considerato fondamentale in precedenti e alternative fasi della propria vita.

Pur tuttavia dal punto di vista di quell’aspetto, se ne stanno in quel girone in sospensione, che ormai è tutto fatto, ma tutto ancora da svolgersi.

Altri camminano, oltrepassano una soglia decisa colà dove si puote ciò che si vuole, e loro rimangono indietro a cercare di capire se stanno camminando una strada che ancora avrebbe un senso calpestare se potessero anche loro proseguire oltre l’asticella.

Resta che è del tutto inutile. Qualunque considerazione.

è un po’ come sperare di vincere alla lotteria con un biglietto giocato dieci anni prima una cui sottoclausola in piccolo diceva che forse avrebbero estratto qualche fortunato ripescando tra tutti i biglietti mai premiati.

Non puoi fare più niente se non vivere “nel frattempo“, o forse più che altro “nonostante“.

Quando ci penso, davvero credo che aver presenza in una qualche graduatoria di concorso pubblico con sola povera e umile idoneità sia una sorta di girone dantesco limbico d’eterna, quanto forse non del tutto in questo caso meritata, attesa.

Mi vorrei togliere da sto non-luogo, basterebbe far rinuncia.

Rinunci tu alla “fissità di posto” qualora se ne presentasse la remotissima occasione?

Ecco non lo so.

Che certi giorni la mia precaria partita iva mi pesa.

Ma tutto ha pro e contro. Inutile negarlo.

La cosa più importante e anche più bella è che tutto prosegue,

tolto quel momento di muta riflessione ad appena avvuta lettura del commento ironico-malinconico della tipa sull’assimilar gli idonei in fondo a una graduatoria con un girone dantesco,

e puoi fare tutto quello che sempre stavi facendo con tutta la libertà che contraddistingue l’esistenza scelta. Tra cui leggere molto, soprattutto a piedi scalzi e scrivere questo quanderno virtuale e molto altro, anche per riportare, appesantita di forse troppe parole, la riflessione di un istante.

Letture a piedi scalzi: Catherine Dunne

La cosa più rilassante che ci sta è arrivare a casa e togliersi le scarpe.

Un’altra cosa che rende la vita assai confortevole e rilassante è leggere.

Sprofondare senza scarpe nelle storie è quanto di meglio si possa fare per rilassare il corpo e la mente. Almeno dal mio punto di vista.

Al momento sto leggendo Donna alla finestra di Catherine Dunne. Finora non mi ha mai delusa. Ogni sua storia mi trascina dentro con la voglia di sapere cosa succederà poi e poi ancora.

Ho iniziato con La metà di niente nel 200…. caspita non ricordo se fosse il 2001 o il 2002 che a distanza di tutto sto tempo incespicare sull’anno di lettura di un libro potrebbe apparire banale, la cosa però è che lo lessi a seguito di una rottura importante, e fu un vero percorso bibliterapeutico per me. Oh beh, visto che ne perdo i dettagli ormai vuol dire che l’elaborazione andò decisamente a buon fine, grazie anche a Chaterine Dunne.

La protagonista lasciata d’improvviso dal marito sola con i figli è costretta a passare attraverso il lutto dell’abbandono. La storia diventa la (ri)costruzione di un nuovo inizio. Davvero catartica.

Ho letto anche, ormai alcuni anni fa anche loro, le cui date però si possono perdere, In viaggio verso casa e Tutto per amore. Un viaggio nel rapporto tra madre e figlia il primo, una storia d’amore con un ricongiungimento particolare il secondo. Sebbene non abbiano avuto su di me l’impatto importante del primo, sono stati entrambi letture piacevoli. Questo credo a conferma del fatto che al di là di buone trame e buone scritture, l’incontro felice di un lettore e di una storia assumono quanto più senso, o minor importanza, in base al momento di vita in corso.

Sono molto curiosa di proseguire la lettura di Donna alla finestra, anche perché negli ultimi tempi ho iniziato ad amare i racconti, per questo apprezzare ancora tanto un romanzo ha il suo peso.