Oggi (non) sono

Oggi mi sento indefinta, tutta da rifare da capo. O forse non da capo, ma da un certo punto, dal punto fino a cui mi appresto a cancellarmi, a resettarmi, a togliere.

Una certa parte di me, professionalmente parlando m’è sempre pesata addosso come una facciata da mantenere per il buon nome di qualcosa che è altro da me, che l’astratta figura professionale cui ho fatto e faccio, ancora per quel tot cui legalmente sono obbligata, parte.

Sì perchè lo lessi studiando per adoperarmi ad essere abilitata che il mio comportamento avrebbe rappresentato una professione, di cui mi sono e ancora mi chiamo per nome. Sta cosa io l’ho sempre sentita tanto, come tutto sento troppo, forse per il senso profondo del rispetto, rispetto per qualcosa di più grande che mi accoglieva, un gruppo che ha una sua identità specifica verso il quale ho nutrito e applicato profondo rispetto.

Ma verso di me? Io mi sono rispettata? Schiacciandomi nella confezione di una professione mi sono rispettata nell’essenza? Mi sono mancata da qualche parte, annullando qualche aspetto perché ci stava poco bene col marchio professionale che dovevo rispettare?

Oggi mi sento da rifare. Non tutta, ma un pezzetto sì. Taglio una parte, e la taglierò poco alla volta, come legalmente mi si impone, con fiscalità e appuntamenti da tener presenti e a bada.

Quel pezzetto innegabilmente anche se m’è pesato, se mi ha energeticamente e non solo tanto prosciugata, mi mancherà.

Lascierà un vuoto, un vuoto ch’è anche uno spazio.

Uno spazio vuoto, per crescere, per un’evoluzione.

Intanto lascia un piccolo dolore, come ogni cosa quando se ne va. Quindici anni a trattenere, mi fanno male le mani, ho i muscoli bloccati. Difficile ma necessario a questo punto lasciare andare.

Una metamorfosi. Spero di non uscirne scarafaggia, ma farfalla.

(Dis)avventure postali

ON LINE

Effettuo da un po’ i pagamenti online per bollette e pagamenti vari. Ho perso confidenza col fascino della fila postale, lo scrutare gli sconosciuti, il cercare di capire la loro storia da come si vestono o muovono, il riflettere su cosa gli sarà successo o cosa gli starà per succedere.

Qualche tempo fa, mentre stavo inserendo i dati per il pagamento, la fantastica interfaccia del sito mi richiede una data di scadenza con giorno/mese/anno, peccato che quella vera, fornita da loro, contiene solo mese/anno. Provo a inserire solo mese e anno. Errore. Provo a inserire mese e anno e metto come giorno l’1 del mese. Errore. Provo a inserire come giorno l’ultimo del mese di scadenza. Errore. Perplessa. Incastrata in un meccanismo demenziale. Penso di contattarli. Bene, gli unici modi per contattarli sono: andare di persona e….scrivergli! Non ho nemmeno provato a capire se s’intendeva una lettera o un piccione viaggiatore. Ho optato per il meccanismo del gratta e vinci: ritenta un altro giorno e sarai più fortunato.

OFF LINE

Qualche tempo fa mi ero recata in posta per spedire un pacco di libri. Avevo una mia busta imbottita, ma l’impiegata mi spiega che è necessaria una scatola di cartone che hanno loro preaffrancata. Tutto molto comodo e mi dice anche, impiegata scesa dal paradiso per me in quel momento, che le dispiace che ho sprecato la busta e che per le volte successive sarebbe stato meglio acquistare da loro direttamente la busta o la scatola necessarie alle mie spedizioni.

Bene, qualche giorno fa mi reco nuovamente in posta per spedire un librino. Stavolta un’impiegata sale su direttamente dall’inferno. Legge del contrappasso postale.
– guardi che qui non vendiamo buste.
– ma come guardi che la sua collega la volta scorsa mi ha detto questo e quest’altro
– qui non vendiamo buste
– ok, allora mi dia almeno il francobollo
– no, solo quando torna con la busta

Esco prima di infrangere la legge.

Ma un’impiegata delle poste che non vuole vendere un francobollo, esattamente che scopo ha nella vita?

Di quando decisi di imparare la sensualità da un gatto

ATTENZIONE: post ad alto tasso di adolescenzialità di ritorno.

Quando ero ancora una ragazzetta single mi capitava di voler piacere a un ragazzo che mi interessava.

Puntualmente poiché io ero l’antiseduzione ottenevo l’effetto opposto a quello sperato.

Se nella mia testa pensavo: dai, dai, dai, dai, dimmi qualcosa che mi faccia capire che non mi ritieni solo un’amica, dai, dai, dai, dai dimmi qualcosa che evidenzi il fatto che ti piaccio, dai, dai dai, dai, dillo, dillo, dillo, dillo.

Niente.

Se invece non me ne importava, perché: A. non ero interessata. B. non avevo ancora capito che potevo essere interessata. Per cui non stavo lì a pensare dai, dai, dai, dillo, dillo, dillo, dillo. Per magia il tipo può pure essere che si dichiarava.

Alla faccia dell’intentional experiment.

Una volta ho avuto anche la conferma che meno ci mettevo interesse meglio riuscivo.

Capitò in un cinema. Era estate, per stare più comoda scivolai fuori dai miei ciabattoni estivi e incrocia le gambe. A piedi nudi. Sissignore. “Tanto” pensavo “chi cavolo vuoi che se ne accorga al buio durante il film”.

Invece un lui, che poi divenne il mio lui per un po’, se ne era accorto. Dopo qualche tempo, quando già stavamo insieme, mi disse che lo aveva colpito quel mio modo di fare al cinema, disse che pensò “A questa non gliene frega niente”.

Ma voi capite l’insensatezza?

Eppure non volevo arrendermi all’idea di non poter intenzionalmente sedurre un lui. Avevo appurato che il teorema: “se te ne freghi gli piaci, se ti piace se ne frega” non era vero in assoluto. Avevo le prove della relatività del suddetto teorema attraverso le esperienze di ragazze che conoscevo che con grande maestria sapevano sedurre proprio chi volevano loro. Con un’altra amica imbranata le chiamavano “le maestre”.

Tuttavia non riuscivo a capire quali fossero le regole da seguire.

Un’altra faccenda che però mi dava da pensare era il potere seduttivo della gatta di un’altra amica mia.

La felina, come avevamo avuto modo di osservare entrambe, era capace di appropriarsi dell’attenzione del maschio umano che puntava col suo modo di muoversi e di fare. L’attenzione diventava magicamente tutta per lei!

“Mannaggia ai pesci bisogna fare come la gatta!” pensammo una sera. Sì forse anche l’alcol faceva parte della profonda riflessione.

Per qualche assurda ragione che giuro ancora non so spiegarmi non funzionò. Eppure a tutt’oggi mi risulta che le “gatte morte” rimorchino una cifra.

Menomale che quegli anni lì sono passati da un pezzo.

Di quando fermai un treno con una ciabatta

Era d’estate. Indossavo le mie comodissime ciabatte,  scarpa-ciabatte per l’esattezza, quelle di quella marca famosa col plantare anatomico. Rosse. Le scelsi rosse quando le acquistai per darmi una certa allegria ai piedi.

Anche il piede vuole e merita la sua parte.

Salivo sul treno e avete presente “Mind the gap”? Ecco io non ho mindato al gap quella volta lì.

La ciabatta mi è scivolata dal piede perché da quando sono bambina che ho la pena dei piedi magri, vuol dire “non-posso-comprarti-le-ballerine-senza-cinturino-a-mamma-che-ti-sfuggono-perché-tu-c’hai-il-piede-magro”, molto poi hanno inventato le ballerine con l’elastico dietro al tallone, ma quando ero bambina io piedi magri voleva dire niente ballerine che-ti-sfuggono-perché-tu-c’hai-il-piede-magro.

Fatto sta che per via del piede magro e del non aver fatto mind al gap, la ciabatta mi è scivolata sotto al treno!

Momento di panico. “E mo’ che faccio?” ho pensato “Faccio la vaga col piede scalzo per 3 fermate di treno, 7 di metropolitana e un buon chilometro e mezzo a piedi, oppure mi mangio la timidezza e glielo dico alla capa-treno, che quella volta lì era una donna, col rischio di dover farmi 3 fermate di treno, 7 di metropolitana e un buon chilometro e mezzo a piedi senza dover fare la vaga almeno sul treno perché se la scarpa-ciabatta fosse stata irrecuperabile, sarei stata sì mezza-scalza, ma lo avrebbero saputo tutti?“.

Ho optato per la seconda modalità. Non lo so perché ma sono andata dalla capa-treno e gliel’ho detto: “scusi mi è caduta la ciabatta sotto al treno“.

Una di quelle cose che non pensi mai che avresti dovuto dire in vita tua.

La capa-treno telefona al macchinista per dirgli di non ripartire.

PERDINDIRINDINA, ho pensato, HO FERMATO UN TRENO CON UNA CIABATTA!

La capa-treno si allunga per prendere la ciabatta ma non ci arriva. Modestamente ho fatto un buon lancio.

Un ragazzo si offre di prenderla lui, ma per ragioni assicurative la capa-treno spiega che se qualcuno deve schiattare sotto al treno questa persona è meno peggio se è lei.

Un altra persona le offre un ombrello. L’uomo costruisce utensili. Munita di utensile ombrello la capa-treno recupera la mia scarpa-ciabatta, rossa non si sa più se d’allegria o per vergogna.

Storia scalza risolta.

Il treno può ripartire…